“Il contrario del gioco non è il lavoro. È la depressione.”
Quando Stuart Brown, fondatore del National Institute for Play, scrisse queste parole dopo aver condotto oltre cinquemila “play history” in ogni ambito della vita, dai premi Nobel ai condannati per omicidio, parlava di una pulsione umana fondamentale. Una pulsione che plasma il cervello, alimenta la creatività e sostiene la nostra capacità di collaborare.
Eppure, entrate in una qualsiasi conferenza di legal tech, leggete il memo sulla strategia AI di un qualsiasi studio legale o scorrete l’ultima indagine di settore, e sentirete lo stesso ritornello: efficienza, automazione, riduzione dei costi, ottimizzazione delle ore fatturabili. Obiettivi importanti, senza dubbio. Ma se questa è l’unica conversazione che stiamo facendo sull’AI nella professione legale, ci stiamo perdendo qualcosa di grande.
Oltre l’efficienza
Non c’è niente di male nel volere che l’AI renda il lavoro legale più rapido e meno costoso. Revisione contrattuale, due diligence, redazione di documenti: sono casi d’uso evidenti e ad alto valore. Ma inquadrare ogni iniziativa di AI attraverso la sola lente della produttività comporta un rischio reale. Duncan Wardle, ex Vice President of Innovation and Creativity di Walt Disney, spiega perché in un articolo di settembre 2024 per Harvard Business Review: quando il nostro cervello è bloccato in un costante stato “beta” (la modalità del lavoro concentrato e ad alta pressione), siamo neurologicamente incapaci di avere intuizioni creative. La creatività nasce negli stati “alfa” e “theta”, nei momenti di rilassamento, curiosità e apertura. Su oltre 15.000 persone intervistate nel corso della sua carriera, nemmeno una ha raccontato di aver avuto la sua idea migliore mentre lavorava. Nemmeno una.
La ricerca di Stuart Brown va nella stessa direzione. Quando gli esseri umani entrano in uno “stato di gioco” (completamente assorbiti in un’attività automotivata), sbloccano il loro naturale potenziale creativo. I professionisti più creativi non sono necessariamente più intelligenti o più disciplinati; hanno semplicemente imparato a mettersi nello stato d’animo giusto. Un editoriale del 2025 su “Frontiers in Psychology” dedicato ai comportamenti creativi nei luoghi di lavoro moderni conferma questa direzione: mentre le organizzazioni affrontano un rapido cambiamento tecnologico, le azioni creative e innovative dei singoli diventano sempre più importanti per restare competitivi.
Cosa significa davvero “giocare con l’AI”
In pratica, significa creare spazio, spazio reale e protetto, per la sperimentazione all’interno di studi legali e direzioni affari legali. Non tutti i progetti di AI devono arrivare con un business case e un ROI stimato. Alcuni dovrebbero semplicemente partire da: “E se?”
E se usassimo un LLM per fare brainstorming sulle strategie negoziali con il team, e non solo per rivedere le redline? E se gli associate organizzassero sessioni di prompt creativi in cui l’unica regola è che non esistono domande sbagliate? E se organizzassimo un hack day in cui avvocati e staff operativo fanno squadra per risolvere un problema reale di un cliente usando strumenti di AI mai provati prima?
Non sono esercizi frivoli. È così che la curiosità diventa competenza. La persona che ha giocato con l’AI per divertimento è la stessa che, sei mesi dopo, individua il caso d’uso rivoluzionario che nessun altro aveva visto arrivare.
Dalla curiosità all’adozione reale
Gli studi e i team legali più avanti nell’adozione dell’AI tendono ad avere una cosa in comune: hanno dato alle loro persone lo spazio per esplorare prima di pretendere risultati. Hanno proposto i boot camp sull’AI come inviti, non come formazione obbligatoria. Hanno lasciato che praticanti e associate sperimentassero con i modelli su scenari fittizi, problemi a basso rischio e sfide creative. Hanno trattato il coinvolgimento iniziale come gioco, non come una metrica di performance.
E poi è successo qualcosa di interessante: l’esplorazione giocosa si è trasformata naturalmente in applicazioni serie e ad alto impatto. Perché gli avvocati avevano costruito intuizione. Capivano gli strumenti come oggetti maneggiati con le proprie mani, non come concetti astratti.
Fate spazio al gioco
A volte è necessario lavorare e a volte è necessario giocare. La professione legale ha sempre saputo lavorare. La domanda ora è se saprà imparare a giocare e, così facendo, scoprire di cosa è davvero capace l’AI.
Quindi, la prossima volta che qualcuno nel vostro team apre uno strumento di AI senza un compito particolare in mente, non chiedetegli quale sia il deliverable. Chiedetegli cosa ha scoperto.
In Better Ipsum aiutiamo studi legali e direzioni affari legali a progettare strategie di implementazione dell’AI che mantengano il giudizio umano al centro. Se state ripensando il modo in cui il vostro team lavora con l’AI, contattateci.
